DESIDERIO, SOGNO, MORTE – RUBRICA DI COGNIZIONE IMMAGINATIVA


ETICA DELLE IMMAGINI
(appunti liberi, estratti da una esperienza di “Radura Immaginale” condotta da Paolo Mottana e Sara Costanzo.)

Il primo principio di “un’etica delle immagini” è, vedere meno, digiunare dal vedere, concentrarsi sul poco e sul meglio. Si tratta di una sorta di misura igienica, di una dieta, di un sforzo per recuperare “sguardo”, per ritrovare la profondità di questo senso, per percepire nuovamente la soglia che divide la visione come gesto di riaccasamento nel mondo, da un vedere sempre più straniante e mortificante l’esperienza delle cose.

Il secondo principio è attenuare la luce, per compensare il prometeismo dell’invadenza luminosa, simbolica e letterale, nelle strade, dentro i corpi, nell’atmosfera siderale, nella psiche e nella conoscenza, re – imparare la suggestione della penombra, riabituare lo sguardo all’oscurità, rinunciare ad illuminare.

A fronte della diffusione massiccia di sensori, visori, telecamere, risonanze magnetiche, sonde, apparecchi di prospezione virtuale, ritrovare il buio, tirare le tende, rinunciare a sapere, ridurre l’aspirazione a penetrare fino in fondo, immergersi piuttosto nella patina opaca delle opere che scivolano nel nulla anche in virtù del loro affondare nel tempo.

Accettare di non vedere, di non poter andare oltre o persino di non poter vedere di più, lasciando che le immagini si dissolvano . . . lasciar andare. Una paradossale opera di ritiro nell’ombra, di riassorbimento in poche umbratili immagini, l’accettazione di una conoscenza che fa della famigliarizzazione con l’ignoto e non della sua sconfitta, il proprio scopo.

Vi sono immagini “idolo” ed immagini “icona”.
Le prime non si radicano in alcun dove se non nella superficie vuota della propria autoreferenzialità, nell’associazione brutale con la merce che le rende merci esse stesse.
Immagini che non fungono più neppure da feticci, perché non intrattengono alcun legame con il desiderio, solo lo tengono in scacco, lo fanno girare indefinitamente a vuoto, schiuma che si accumula sopra schiuma, come i cartelloni pubblicitari che coprono altri cartelloni pubblicitari.
Esse fermano lo sguardo e non permettono di andare oltre.
Le immagini icona invece ereditano dalla loro carismatica fonte la funzione di mediatrici, stanno sulla soglia, manifestano la loro provenienza dall’invisibile, vi fanno segno, ne costituiscono esclusivo tramite eppure ne mantengono anche la segretezza ed intangibilità, sollecitando ad immaginare e a simboleggiare.
Come nelle icone i loro sfondi dorati sono orizzonti da cui zampilla la luce, ma adempiono anche il compito di mantenere uno schermo opaco tra il visibile e l’invisibile, ci richiamano ad un limite e ad un’esitazione, ad una misura inoltrepassabile.
Le immagini degli artefici di un’operatività immaginale sono sempre immagini ermetiche, sospese, sim-boliche e in questo senso “icone”.
Pensiamo all’immensa sospensione che le soglie abissali, luminose, tingenti di Rothko, producono nello sguardo di chi se ne fa avvolgere, vi precipita, attingendo un’immediata trasmutazione, un dislocamento in un “non dove” infinitamente ma anche oscuramente aperto.

Un’etica delle immagini si affida ad opere intense, intransigenti, spesso solitarie e contro corrente, all’interno delle quali la qualità dell’approfondimento visuale si legge nella genesi alchemica della visione . . . nell’aver bruciato fino in fondo lo sguardo frontale, ovvio, schematico, nell’aver dissolto l’ego che proietta sul mondo i fantasmi di una visione letterale, realistica.
Nell’aver atteso, in un processo spesso lunghissimo, lento, patito, l’emergere di immagini che restituissero la trama sepolta alle cose, o anche dei sentimenti, o del flusso del carnale, organico che alimentano il gesto espressivo.
Nell’aver talora raggiunto, grazie alla tenacia e alla devozione, quella trasmutazione visuale che riesce a restituire la carne spirituale delle cose, la loro anima, che fa risuonare in chi le accosta un senso di meraviglia, di profonda scoperta, di riconoscimento o riconoscenza, di appartenenza, riconciliazione, addirittura talvolta di guarigione.

Pochi sono gli artefici di una visione immaginale, perché estremamente faticosa e sacrificale (segnata dall’abisso della ferita e spesso della perdita, dall’immersione nell’ombra e nel vuoto della sofferenza) è l’operatività richiesta per generare una creazione quintaessenziata, iridescente, generosa. Infatti è proprio questa fonte oscura, questa luce sotterranea, attinta con tormento, che spesso permette a tali opere di raggiungere profondità della visione capaci di suscitare lo stupore necessario ad alimentare una interminabile meditazione ed uno straordinario apprendimento.

Occorre re – imparare a sostare, fermarsi.
Occorre riacquistare il significato del non agire, dell’accogliere ferite e dolore come inviti al silenzio, alla misura, alla meditazione fecondi.

Ci sono lati femminili e infantili, vulnerabili, delicati dell’esperienza che vanno salvaguardati, come il riposo, la réverie, la solitudine, il silenzio. Anche il fallire, l’errare, il morire debbono poter trovare luogo, tempo e significato per essere compresi, accolti ed elaborati.
L’etica dell’immagine si muove da questo punto di vista nella direzione in cui si provi a diminuire, a sottrarsi, a premiare l’astensione e la resa, il ritiro e la discesa.

Alla prossima puntata . . .









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